venerdì 17 ottobre 2014

#17 Is It Really So Strange? - The Smiths (1988)

Canzone numero diciassette, scelta di venerdì diciassette. Giuro, giuro, giuro che non me ne sono accorta finché non ho controllato il numero della precedente (dopo due mesi di silenzio mi è concesso dimenticarmi dov'ero arrivata, no?).
Ecco, questa canzone rappresenta un po' una coperta che mi ha avvolta per quasi tutta l'estate, ma che ora inizia a pesarmi. Per il freddo e il sole che non si è quasi mai visto? Forse. Ma ancora di più perché credo di essermi ricordata oggi, dopo tanto tempo, che il calore non arriva necessariamente solo coprendosi di strati. Non è che me lo sono inventato, è che per tutti questi mesi di silenzio è successo quello che succede quando ti siedi e inizi a sentire il freddo del pavimento che sale dal basso della schiena. Inizi ad avere i primi brividi e vai a cercarti una coperta. Ti ci infili dentro e la tiri su finché non hai bisogno di coprirti anche il viso perché la punta del naso è rossa e inizia a gocciolare. Ma basta che ti alzi in piedi e inizi a camminare  perché quella coperta non ti serva più.
Tutto questo mi ricorda l'Inghilterra, i mesi che ho vissuto lì e il momento esatto in cui ho fatto le valigie per tornare a casa, quella vera. Saranno gli Smiths e le strofe sul viaggio, soprattutto quando Morrissey dice I can't help the way that I feel. Che forse, a volte, è meglio così, perché è vero che non puoi farci niente nonostante il luogo in cui ti sposti, ma è anche vero che siamo e ci sentiamo in un certo modo per una precisa ragione.
La mia giornata di oggi è fatta di bei ricordi, di persone interessanti, di commozioni inaspettate. Non posso farci niente ed è questa la cosa più bella di questo venerdì diciassette.

Is it really so strange...?



giovedì 24 luglio 2014

#16 Skinny Love - Bon Iver (2007)

Hai presente quando ti alzi al mattino e, nonostante stiano accadendo attorno a te un sacco di cose, non sai davvero come ti senti? Ecco, oggi è una di quelle giornate.
Fuori a tratti piove, fa un freddo cane per il 24 luglio, sono chiusa in un ufficio enorme e al momento vuoto, sola con me stessa, i miei pensieri e il pc, da cui ho deciso che oggi avrei fatto suonare delle cose un po' malinconiche. Masochismo? Forse sì. Ma qualcuno mi ha detto pochi giorni fa che la malinconia è una sensazione che genera sempre qualcos'altro, e non necessariamente qualcosa di triste. Quindi ho deciso che, invece di cercare di reprimerla, come faccio di solito, la lascio andare e riempire questa stanza, così da cullarmi fino a che non l'avrò trasformata in qualcosa di diverso. E tutto sommato ci sto anche abbastanza bene in questo stato un po' incerto.
"Skinny Love" è la canzone perfetta per tutto questo. Me l'ha fatta scoprire Alessia, compagna di ufficio e di inaspettate conversazioni curative (a dir la verità mi ha fatto scoprire tutto Bon Iver...). E poi in quelle due parole vicine rivedo me stessa molto più di quello che vorrei. Perché parlano di qualcosa di formalmente sottile ma anche intimamente consumato. Hanno la leggerezza di una storia bellissima e la pesantezza di un tappeto logoro. E possono sfociare in una delle due cose da un momento all'altro, come la malinconia.
Il testo termina con tre domande ben precise. Provvidenziali direi. Che mi vengono in mente spesso ma a cui non ho voglia di dare risposta. O forse non sono io che devo rispondere...?
In questo momento vorrei una finestra che dà su un bosco innevato di montagna. La tazza fumante nella mano sinistra ce l'ho, le temperature di novembre anche (sia dentro che fuori di me e di questa stanza). Manca solo una coperta a quadri sulle spalle.

O in alternativa un po' d'estate, se possibile.

venerdì 11 luglio 2014

#15 No Excuses - Alice in Chains (1996)

Per stavolta torno liceale. Ci sono mille motivi che mi hanno fatto andare con la mente a quegli anni in questo ultimo periodo: il concerto dei Pearl Jam che ancora una volta ho perso, i cd che ho messo in macchina l'altro giorno, la mia chitarra acustica - il risultato di anni di lezioni di musica che ho messo da parte da troppo tempo - che ora è lì in salotto e aspetta solo che abbia il coraggio di riprenderla in mano (non senza un momento di apnea per il panico di non so che).
Penso sia stato Dan, il collega dell'ufficio oltre la porta tagliafuoco, a farmi tornare in mente queste cose quando mi ha chiesto "What were you in high school?", perché è vero, al liceo avevamo tutti un modello a cui rispondere. "I was sort of a hippie, I think" è stata la mia risposta. Non credo sia esattamente quello che ero, ricordo che avevo i pantaloni a zampa di elefante, i maglioni larghissimi e bucati , i Dr Martens e i capelli corti (per protesta contro il mondo ma che mi stavano malissimo). Quindi grunge era la risposta, ma al momento mi è mancata. E ricordo quattro cd, sempre quelli: "Nevermind", "Ten", "Dookie" (che anche se non è grunge mi piaceva un sacco) e l'Unplugged degli Alice in Chains.
Ecco, gli Alice in Chains non li ascoltavo da troppo tempo, eppure eccola lì più o meno a metà cd la canzone che cercavo. È un po' come se quello che sono sempre stata fosse rimasto sepolto per un'eternità e ora rivendicasse un suo posto di diritto. "No Excuses" è una canzone che rappresenta quello che mi ripeto da anni, che già a quattordici avevo capito e che fino ad oggi non ho saputo applicare. No more hiding, non esiste scusa che tenga per impedirti di fare e di essere quello che vuoi, com'è che da adolescente lo sapevi e ora te lo sei magicamente dimenticato?
Questa canzone urla a te che la ascolti molto più di quello che ti aspetteresti. E non lo capisci subito, perché a volte fa dannatamente paura affrontare certi fantasmi che ti porti dentro da troppo tempo, che hanno infestato la tua anima e che ti spaventano molto di più di quello che effettivamente sono e rappresentano. Perché di solito sono legati a rabbia e rancore, ed è proprio per questo che ti muovono qualcosa dentro che magari non è mai nato o non esiste nemmeno più, solo che ormai non sai più dargli un posto. E all'improvviso ti accorgi che devi sederti da solo con te stesso e sai che non hai più scuse. E che solo facendolo se ne andranno via. E che forse in fondo ti eri sbagliato e non hanno poi tutta quel peso che gli avevi dato.
No excuses è più o meno quello che mi ha sussurrato la mia chitarra quando l'altro giorno ho deciso di accordarla. Chissà se è un segno...

sabato 5 luglio 2014

#14 At My Most Beautiful - R.E.M. (1998)

Questa zuccherosissima canzone dei R.E.M. è una di quelle cose che genuinamente ti fa sorridere. E oggi è una bella giornata, sembra che anche qui nel profondo nord sia arrivata l'estate, perciò me la regalo.
Non so se mi faccia sorridere, e con sorridere non intendo solo muovere i muscoli del viso ma anche quelli nella mia testa, solo perché dice la parola smile un numero quasi esagerato di volte, o perché davvero quella volta Michael Stipe ci ha messo qualcosa nel testo che fa sorridere tutta la canzone. Magari sono il piano e gli archi che mi fanno questo effetto, io adoro gli archi quando non c'entrano niente con la musica classica.
Di una cosa però sono sicura: che quel "I found a way to make you smile" è quello che un po' tutti vorremmo dire a qualcuno e che, almeno una volta nella nostra vita, avremmo voluto sentirci dire. Poi, che sia successo davvero, non ha gran importanza. Credo sia l'idea, il pensiero che la nostra felicità possa arrivare a qualcun'altro e vice versa quello che colpisce.
E comunque anch'io sono una di quelle persone che ripete sempre il suo nome quando telefona (i messaggi in segreteria ormai sono un po' superati, dai) anche se so che sto chiamando il cellulare di una persona che conosco da una vita, che ha il mio numero da una vita, che vede che sono io che la sto chiamando e che magari mi risponde anche dicendo direttamente "Ciao Irene". Quindi un po' me la dedico, nella mia imbranataggine da soggetto affetto da timidezza cronica.
Ma in via di guarigione?
Si potrà mai guarire dalla timidezza?


martedì 24 giugno 2014

#13 Sleeping by Myself - Pearl Jam (2013)

Questo è un post triste, sei avvisato. Ora puoi scegliere se continuare a leggere o risparmiarti questa sofferenza. Io però non posso sempre scrivere cose felici, non sarei io. Non completamente, almeno.
I Pearl Jam non sono qui a caso, ieri c'era il concerto a Trieste, a cui non sono andata. Li ho mancati per un soffio, come è successo tutte le altre volte che ci ho provato. E mi è venuta in mente quella volta che hanno suonato ad Hyde Park e io ero a Londra, salvo aver preso un aereo cinque giorni prima del concerto e averli persi così, per motivi che all'epoca erano ragionevoli, ma che ora mi sembrano sciocchezze.
Questa canzone parla di tradimenti, mi sembra abbastanza chiaro. Ma in fondo non mi interessa, non è per questo che l'ho scelta. In realtà in un altro momento non l'avrei scelta comunque, ce ne sono una lista di preferite che viene prima tanto lunga da riempire questo post, ma prima mentre correvo sono state le esatte parole del titolo a entrarmi dentro. Come un fulmine che ha colpito proprio il ramo più vulnerabile. Perché me le sono sentite pronunciare davanti così l'altro giorno e non ho saputo cosa rispondere. Perché mi hanno lasciata con un senso di sollievo quasi surreale, in cui non riuscivo a riconoscermi. A metà tra il sorpreso e il fiero per non essermi piegata. Solo che poi mi sono tornate indietro come la risacca del mare sugli scogli e da due giorni sbattono contro tutte le certezze che mi stavo illudendo di avere.
Il testo suona come un discorso che ho sentito da talmente poco tempo che mi rimbomba ancora dentro. Meglio: ha iniziato a rimbombarmi dentro. Perché non ho saputo rispondere, credo. Troppi nothing, hurt, pain, sad, lonely, vain e disaster, non necessariamente in quest'ordine e probabilmente sinonimi, a cui saprei dare ascolto ma che non ho avuto nemmeno la possibilità di ascoltare. Per paura, non soltanto mia. E la certezza (ma quale certezza poi? Nessuna, in effetti) che in ogni caso non ci sarebbe stata nessuna possibilità, senza aver utilizzato e magari sprecato nemmeno la prima. Eppure (oggi ne sono sicura) io non avrei avuto così tanta paura di rischiare, perché ne sarebbe valsa la pena.

E tu sei sicuro che non rimpiangerai di non aver voluto rischiare?

Spero che ieri abbiano suonato questa canzone. Se non l'hanno fatto magari in qualche modo ti arriverà lo stesso, solo a dire che a volte i fantasmi sono solo nella nostra testa e basta dare loro la possibilità di andarsene via. Sono sicura che, così come alla fine arriva quel survive, tutto questo non avrebbe fatto così male come sembra.

martedì 17 giugno 2014

#12 Orchi e streghe sono soli - Afterhours (2008)

Mi ci è voluto un po' a trovare la canzone numero dodici, più che altro perché nessuna mi convinceva e non capisco perché. Poi ho riascoltato gli Afterhours e penso che si siano scelti da soli, un po' perché ho notato questa canzone dopo molto che non ascoltavo questo album e un po' perché il testo mi ricorda una favola e mi fa quasi sentire bambina, che è poi esattamente come mi sento adesso.
La cosa bella è che non si capisce (volutamente quasi fino alla fine) se la voce narrante sia l'orco che parla alla strega o una voce esterna che racconta una storia a qualcuno. In ogni caso tu la voglia interpretare, le parole ti prendono non tanto per quello che dicono ma per come lo dicono, sembrano una favola della buonanotte che qualcuno sta raccontando senza curarsi del contenuto, perché tanto è il modo e le sensazioni che suscita ciò che davvero conta.
E quello che ti resta in testa più del resto è "non aver paura", tu che ascolti e che ti immagini la favola che stai ascoltando, che poi è strano per una canzone che recita orchi e streghe nel titolo, ma forse poi nemmeno così tanto. Di cosa devi capirlo da te, forse dei mostri. Ma quali?


mercoledì 14 maggio 2014

#11 Heart of Gold - Neil Young (1972)

Neil Young, è arrivato il suo momento. E anche la responsabilità di una canzone così celebre e così assolutamente perfetta. Ammetto di non averla notata subito, quando ho scoperto "Harvest" a sedici anni riascoltavo in continuazione la canzone che dà il titolo all'album, forse melodicamente più adatta alla me ragazzina. E invece lei era lì che aspettava solo di essere notata, cosa che le è riuscita facile quando ho iniziato a capire le parole del testo, così sottilmente ironico e altrettanto sottilmente malinconico.
"Heart of Gold" si racconta da sé già col suo titolo di senso assoluto, ma ancora di più racconta la storia di un canadese cresciuto nelle lande dei cercatori d'oro piene di ipotetica ricchezza e prive di qualsiasi forma di amore. Penso che il testo di questa canzone sia uno dei momenti poetici migliori del suo autore, un continuo gioco di parole sulla storia di un minatore che invecchia cercando un cuore d'oro che non troverà mai. Che sia il suo o quello di qualcun'altro non ha importanza.
Poi c'è la chitarra acustica. E c'è anche l'armonica. Ascoltare la melodia ti fa pensare a un personaggio che le suona in riva a un fiume, mentre si riposa dopo una giornata di ricerche e aspetta che il sole tramonti. Te lo fa vedere. È come leggere un racconto di Hemingway: mentre immagini quello che ti viene descritto senti addirittura il profumo dell'erba e ti chiedi se in fondo quella cosa del cuore d'oro non valga anche per te.